La "Roma Insolita" - La Villa di Traiano. Grazie per averci seguito in questo meraviglioso viaggio.

domenica 27 agosto 2017

LA VILLA DI TRAIANO AGLI ALTIPIANI DI ARCINAZZO

Come ultimo appuntamento della rubrica Roma insolita, abbiamo scelto un luogo che non è a Roma, ma che con questa è legato a doppio filamento: la villa di Traiano agli Altipiani di Arcinazzo.
Si tratta di un imponente complesso di cui è stata scavata e portata alla luce solo una piccola (si fa per dire) porzione  e che per la maggior parte rimane purtroppo ancora sepolto, non essendoci fondi per continuare lo scavo.
E’ una visita che consigliamo a tutti, un viaggio di poco più di un’ora al termine del quale ci si immergerà in una realtà assolutamente inaspettata da cui si farà fatica a riemergere, sia per la bellezza del luogo che per la natura circostante, quella stessa natura che ha colpito l’imperatore Traiano in modo così profondo quasi duemila anni fa…..

Gli altipiani di Arcinazzo

La località è a circa 850 m s.l.m. ai piedi del parco naturale regionale dei Monti Simbruini. Per raggiungerla si hanno due opzioni: a) percorrere la A24 fino a Vicovaro-Mandela, immettersi nella SR5 fino al bivio con la SR411 “Sublacense”, seguire quest’ultima fino a Subiaco e proseguire seguendo le indicazioni per gli Altipiani di Arcinazzo, superare Affile, quindi oltrepassare il bivio per Arcinazzo Romano e dopo pochi chilometri, proprio qualche centinaio di metri prima dell’arrivo nel centro abitato di Altipiani di Arcinazzo, sulla sinistra, appaiono i ruderi della villa di Traiano b) percorrere la A1 in direzione Napoli fino all’uscita Anagni-Fiuggi, seguire le indicazioni per Fiuggi, superare il centro abitato e immettersi nella SP147 per Altipiani di Arcinazzo, superare anche il centro abitato di quest’ultima località e immettersi nella SR411 “Sublacense”; una volta percorsi circa due chilometri l’ingresso della villa si trova sulla destra.
Noi consigliamo il primo percorso, più vario e suggestivo, che si snoda nell’alta valle dell’Aniene e che permette di scorgere paesi da favola come Cervara di Roma, Anticoli Corrado, la stessa Subiaco (con la Rocca e il Monastero di S. Benedetto), piccoli gioielli che andrebbero visitati e che potrebbero essere inclusi programmando una visita più lunga.

Il percorso per raggiungere la Villa di Traiano via A24



Gli Altipiani di Arcinazzo sono, dunque, rinomati per il suggestivo paesaggio: ampi prati, ideali per escursioni e pic-nic, in una cornice di monti e boschi secolari. Oggi gli Altipiani sono un’importante località turistica, apprezzata d’estate per la temperatura mite e d’inverno per la vicinanza alle stazioni sciistiche di Campo Staffi e Monte Livata.

LA VILLA DI TRAIANO

In questa splendida cornice è collocata la villa dell’imperatore Traiano (98.117 d.C.), residenza di caccia di una delle figure più affascinanti del mondo antico. Il sito archeologico, recentemente musealizzato, ha un’estensione di circa 5 ettari, distribuiti su tre terrazzamenti. La preziosità dei marmi, delle pitture, degli stucchi e dell’apparato decorativo documentano la magnificenza delle sue sale.


 
La platea inferiore della villa

La villa sorge alle falde del monte Altuino ed era raggiungibile o dai monti Affilani percorrendo la via Praenestina o dalla via Valeria-Sublacense risalendo la valle dell’Aniene. L’attribuzione a Traiano è  sicura in base al rinvenimento nell’ottocento di tubi in piombo (fistulae acquariae) con la titolatura imperiale.  La villa fu senza dubbio utilizzata per godere dei frigora estivi, ma probabilmente servì anche per l’approvvigionamento di selvaggina da destinare  ai banchetti imperiali  e forse agli spettacoli circensi. L’altopiano era infatti popolato di abbondante fauna (cinghiale, cervo, capriolo, istrice, orso, lince ecc.) e la villa, a diretto contatto con i boschi doveva essere circondata anche da parchi e riserve di animali (vivaria).

 
L'area intorno alla villa

Grazie agli scavi iniziati nel 1999, la struttura del complesso è oggi sufficientemente nota. Si compone di vaste spianate artificiali (plateae), per un’area di circa 5 ettari, sorrette da poderosi terrazzamenti (substructiones). Due grandi cisterne a quota superiore, collegate a sorgenti, assicuravano il rifornimento idrico.
Nella parte ovest ci sono molti ambienti da visitare, dominati al centro da un grande triclinio con un’esedra-ninfeo sul fondo nella quale getti d’acqua sapientemente direzionati colpivano statue posizionate nelle nicchie e creavano suggestivi giochi di luce, arcobaleni e scenografie da sogno.

L’ANTIQUARIUM

Collocato all’interno dell’area archeologica, il museo ospita nelle sue sale la collezione dei reperti più significativi rinvenuti nel corso delle campagne di scavo. La raccolta si compone di elementi architettonici e decorativi, nonché di testimonianze sull’organizzazione del lavoro durante la realizzazione della villa. Sono inoltre esposti oggetti che testimoniano la vita quotidiana all’interno del complesso residenziale.


 
L'Antiquarium. Sullo sfondo il Monte Altuino


LA NOSTRA VISITA

L’area è visitabile tutti i giorni, escluso il giovedì, dalle 9.00 alle 20.00.
Ci accoglie Cristiano, impeccabile e simpatica guida del sito archeologico che, turnando con la sua collega Elisabetta, gestisce ogni aspetto della visita: dalla biglietteria alla spiegazione di ogni locale della villa, fino al giro all’interno del piccolo museo. Il biglietto costa solo 3 euro: un peccato per un luogo così ricco di storia e fascino. Paghiamo quasi vergognandoci della cifra irrisoria e seguiamo Cristiano.
Il nostro viaggio nel tempo comincia dalla platea inferiore (per avere un’idea delle dimensioni si tenga conto che misura 145 x 35 m) che era in gran parte occupata da un giardino delimitato da un portico a volta  (largo 5 m), finestrato all’esterno e con archi su pilastri. Aveva una fontana che alimentava due vasche semicircolari speculari mentre nella parte ovest si concentravano gli ambienti di cui accennavamo sopra.

 
La platea inferiore. Ad est si notano i contorni della platea superiore la cui struttura è nota grazie all'utilizzo del georadar

Cristiano cattura subito la nostra attenzione, ci guida sapientemente e in maniera anche divertente attraverso i segreti della villa. Si sofferma sull’incredibile e unico orologio solare ricostruito fedelmente da un frammento ritrovato in loco ed esposto nel museo.

 
La nostra guida, Cristiano, illustra il funzionamento dell'orologio solare


Ci porta quindi nel ninfeo e ci spiega i giochi d’acqua e lo fa talmente bene che sembra quasi di vederli. Poi ci spostiamo in quella che doveva essere una camera da letto al di là della quale in un ambiente chiuso, visibile solo agli occupanti della stanza,  si svolgevano spettacoli di ogni genere: era la televisione dell’epoca, ci dice Cristiano sgranando gli occhi.


 
Il ninfeo nella zona ovest della platea inferiore. Cristiano impegnato a spiegare gli incredibili giochi d'acqua

Ma il pezzo forte viene subito dopo: in un’altra sala dalla funzione non ancora svelata, ecco uno splendido pavimento in marmo in perfette condizioni che la nostra guida si affretta a scoprire in una piccola porzione. E’ sporco, ricoperto di polvere e terra. Cristiano lo bagna con l’acqua di una bottiglia e la meraviglia si svela ai nostri occhi: colori, motivi floreali, qualcosa che non abbiamo mai visto prima d’ora. La nostra guida ci spiega che il Ministero dovrebbe pulirlo ogni anno, in giugno, perché sia visibile ai turisti, prima di coprirlo in settembre. Ma quest’anno non è venuto nessuno, mi scuso a nome del Ministero dei Beni Culturali, dice abbassando gli occhi quasi vergognoso di incontrare il nostro sguardo affranto.


Particolare del pavimento. Notare i detriti  ela sporcizia che lo ricoprono


Una signora dall'accento straniero gli si avvicina e gli sussurra parole di incoraggiamento. La cosa mi fa una tenerezza infinita: non è giusto sentirsi in colpa per le manchevolezze dei nostri governanti, soprattutto quando si è così appassionati e competenti come realmente è Cristiano.
Ci avviamo in silenzio verso il museo dove si svolge l’ultima parte della visita. Non ci sono molti pezzi, ma quelli che sono esposti sono di finissima fattura e danno un quadro sufficientemente chiaro dello sfarzo e della grandezza dei romani di un tempo.
Frammenti con decorazioni meravigliose, suppellettili, capitelli lavorati con una maestria da rimanere allibiti, un affresco di una delle volte dai colori sgargianti e, al piano superiore, un’intera parete in marmo che, ci dice Cristiano con molta disapprovazione, si è staccata dal muro su cui era stata attaccata ed è caduta per l’inettitudine di chi ha usato una colla non adeguata, provocando danni ingenti.


 
Particolare di un intonaco affrescato

 
L'affresco di una delle volte


 
La decorazione marmorea del muro di una stanza

Lasciamo a malincuore Cristiano e la villa di Traiano. Un ultimo sguardo, un arrivederci, un ultimo pensiero: se solo ci fossero i fondi per scavare 4/5 che mancano…chissà quali e quanti tesori si nascondono sotto terra che aspettano solo di essere portati alla luce….
Cristiano alza le braccia e sussurra: sai quante persone potrebbero trovare lavoro qui….gente che sta a spasso e magari ha famiglia….oltre all’impatto che le future scoperte avrebbero sul nostro territorio…..
Salutiamo ancora la nostra guida non senza una promessa: torneremo, sicuro che torneremo.
Non vogliamo raccontarvi nei dettagli tutto ciò che si può ammirare in questo sito, vogliamo anzi solleticare la vostra curiosità e invitarvi a scoprire questo luogo lontano dai circuiti turistici, ma così vicino da poterlo raggiungere in un soffio.
Andate, Cristiano è lì che vi aspetta, con i suoi occhi verdi capaci di esprimere sentimenti veri e con la sua capacità di catturarvi e di farvi amare questo luogo come ora lo amiamo noi.
Dunque, si chiude con questo tesoro semi-sconosciuto la nostra rubrica estiva sulla Roma insolita.
E’ stato un piccolo viaggio che ci ha portato a conoscere alcuni angoli di Roma, e non solo Roma, meno noti, ma non per questo meno importanti.
Da questo tour virtuale abbiamo imparato molte cose, la più importante delle quali è anche la più triste: non sappiamo valorizzare il nostro immenso patrimonio artistico-culturale.
Luoghi meravigliosi come la villa di Traiano, sono abbandonati e dimenticati, lasciati all’incuria e al degrado, e questo è inammissibile se si pensa che in altri paesi, per opere che rasentano quasi il ridicolo, si pagano biglietti costosissimi come se si trattasse dell’ottava meraviglia del mondo.
Dobbiamo sensibilizzare in ogni modo chi ha la competenza e la carica istituzionale per invertire questo malcostume che ci ridicolizza agli occhi del mondo e ci ferisce.
Questo ha voluto anche essere il senso di questa rubrica e speriamo vivamente che a qualcuno, lì, nei piani alti di Ministeri, Gabinetti, Assessorati, queste parole abbiano fatto un po’ male, almeno quanto lo hanno fatto a noi….








La "Roma Insolita" e l'Obelisco con i geroglifici "sbagliati". Seguiteci...

venerdì 25 agosto 2017

L'OBELISCO CON I GEROGLIFICI "SBAGLIATI"





Roma è veramente la sintesi dell’intero mondo antico. 
Anche visivamente ne reca le impronte, esaltate al massimo livello dell’arte e della tecnica: gli archi e le cupole derivati dagli etruschi, le colonne greche, gli obelischi egiziani. 
Quale sia la funzione dell’obelisco e della colonna monumentale nell'urbanistica romana dopo che papa Sisto ebbe intrapreso la gigantesca opera di rialzare o di spostare gli antichi colossi, è ben impresso nella memoria visiva di chiunque abbia visitato Roma. 
Proprio per l’intuizione di quel pontefice-urbanista, l’obelisco rappresenta  il perno di innestodel principale sistema stradale della vecchia città e il segnale che fra loro si rinviano i maggiori centri della vita cittadina: prima di tutto tre delle maggiori Basiliche, poi le piazze del Popolo, Colonna, Montecitorio, Pantheon, Navona, di Spagna, i colli Pinciano, Quirinale, Celio.
Agli obelischi dell’epoca classica (in totale 13), si sono aggiunti in età recente, altre forme consimili, suggerite dalla retorica o, magari, come nel caso dei porta-lanterne di via della Conciliazione, da un intento scenografico. 
Comunque, antichi o contemporanei, superbi o goffi, di granito, di marmo o di travertino, queste forme esprimono Roma e le danno un inconfondibile carattere.
Uno di questi, si erge maestoso sulla sommità della scalinata della Trinità dei Monti dominando, con la sua mole una delle più belle piazze di Roma e, forse, del mondo intero: piazza di Spagna.
Piazza di Spagna è forse la piazza più famosa di Roma.
Il suo momento magico fu l’ottocento, allorchè l’Europa romantica la elesse a suo salotto, i resoconti di viaggio ne consacravano la fama ed i pittori venivano a cercare sulla scalinata  modelle e modelli nei coloriti costumi dei Castelli o della Ciociaria che proprio qui avevano il loro punto di raduno.
Oggi le cose sono cambiate, ma il suo fascino è e rimarrà sempre incontrastato, tanto da costituire un "must" per chi programma una visita anche breve nella città eterna.
Migliaia di turisti, ogni giorno, visitano e fotografano ogni angolo di questo magnifico angolo di Roma, ma sanno davvero ogni suo segreto? Ad esempio, conoscono la storia dell’obelisco che inevitabilmente immortalano puntando l’obiettivo sulla scalinata di travertino realizzata negli anni 1723-26 da Francesco de Sanctis?

Non ne siamo proprio sicuri, pertanto abbiamo deciso di inserire l’obelisco “Sallustiano” nel novero dei tesori “sconosciuti” della nostra rubrica Roma insolita.

L’obelisco Sallustiano è un’imitazione romana, di epoca imperiale, degli obelischi egizi. 
Proviene dagli Orti sallustiani presso via Salaria (giardini fatti edificare nel 40 a.C. dal celebre storico Caio Crispo Sallustio) e deve il suo nome proprio al luogo dove fu ritrovato. 
Venne collocato in cima alla scalinata di Trinità dei Monti dall’architetto Antinori per volontà di Pio VI (1789) come elemento di raccordo tra la scalinata e la Chiesa della Trinità, caratterizzata dalle linee ascendenti dei suoi campaniletti.

L'obelisco Sallustiano svetta tra i due campanili della chiesa della Trinità dei Monti



L’obelisco venne collocato in epoca imprecisata (si suppone tra il governo di Commodo e quello di Gallieno e quindi tra il 180 e il 268 d.C.) in una posizione elevata dei giardini di Sallustio, precisamente nei pressi dell’attuale Chiesa evangelica luterana di via Sicilia.
In granito rosso, alto 13,91 metri (con la base 15,21 m), recava le iscrizioni di Seti I e Ramses II letteralmente ricopiate dall’obelisco di Augusto in Piazza del Popolo e, in qualche caso addirittura errate (alcuni segni erano perfino capovolti).
Nella sua sede originaria, esso rimase in piedi a lungo, almeno fino all’ottavo secolo; quindi giacque per secoli a terra, con la punta spezzata. 
Nel Medioevo, probabilmente, il monolito non era stato ancora completamente seppellito dai detriti. 
Quando si pensò ad una sua collocazione, Sisto V decise di erigerlo davanti alla Chiesa di S. Maria degli Angeli, ma il progetto non ebbe seguito. 
Nel 1734, Clemente XII  lo ottenne dai Ludovisi, proprietari del luogo in cui giaceva e lo portò in Laterano con l’intenzione di erigerlo davanti alla facciata di San Giovanni da lui stesso realizzata.  
L’evidente sproporzione tra le dimensioni dell’obelisco e la monumentalità delle Basilica indusse ad un ripensamento, sicché esso non venne posto in opera e giacque per alcuni decenni abbandonato presso la Scala Santa. 
Durante questo periodo,  vennero avviate delle trattative per farlo trasferire a Parigi, perché i francesi volevano  erigerlo davanti alla cattedrale di Notre Dame.  
Solo con Pio VI si trovò la collocazione definitiva che fu trasferito a Trinità dei Monti. 
Nel 1789 il monolito fu innalzato e da quella data si erge in tutta la sua maestosità tra la chiesa e la scalinata.

I geroglifici ricopiati dall'obelisco di Seti I e Ramses II in di Piazza del Popolo. In cima, il giglio di Francia e la croce



L'obelisco "Flaminio" di piazza del Popolo, originale egizio


Da segnalare che questo obelisco è l’unico ad affiancare alla croce un simbolo diverso da quello pontificio: infatti vi si può osservare il giglio di Francia. 
La sommità fu ornata con simboli araldici del Papa e della croce che serviva da reliquiario per contenere un frammento della Croce Santa e le reliquie di San Giuseppe, San Francesco di Paola, Pio V e degli apostoli Pietro e Paolo. 
Su un lato della base fu incisa un epigrafe nella quale è riassunta la storia dell'obelisco stesso: Pius VI Pont Max obeliscum sallustianum quem prolapsione diffractum  superior aetas iacentem reliquerat colli hortulorum in subsidentium  viarum prospectu impositum  tropaeo crucis praefixo  trinitati augustae dedicavit.

Il basamento dell'obelisco con la dedica alla Trinità dei Monti








I NO della Giunta Raggi potrebbero costare ai romani più di 1 miliardo di euro. I Grillini affondano il coltello su una piaga aperta, dalle radici lontane!

martedì 22 agosto 2017


I NO della Giunta Raggi rischiano di dare la mazzata finale alla città. Richieste di risarcimento per oltre un miliardo di euro. Pronto il conto: 328 milioni di euro richiesti da Alfiere (Cassa Depositi e Prestiti con Telecom) come risarcimento danni contro il Campidoglio per la vicenda delle Torri dell’Eur. Seguono a ruota gli investitori della Città dei Giovani ai Mercati generali di via Ostiense, Toti e la francese De Balkany, pronti a presentare una richiesta di risarcimento danni contro il Comune per la decisione di bloccare i lavori già assegnati, finanziati e decisi. Una richiesta che potrebbe sfiorare i 500 milioni di euro. Ed ancora: 300 milioni di euro li pretende Investimenti SpA, cioè Camera di Commercio, Regione Lazio e lo stesso Comune di Roma (socio al 21%), per la ex Fiera di Roma. Per Roma ed i romani potrebbe essere il colpo di grazia. Ma è una storia vecchia, che deve finire. I Piani Regolatori a Roma, scusate l'espressione, sono carta da culo! L'esempio più eclatante, pre-grillino,  fu l'eliminazione della D da parte dell'ex Sindaco Alemanno. Ci dovrebbero essere dei settori chiave, quali trasporti, sviluppo e pianificazione strategica che dovrebbero essere controllati da un'Autorità garante, come lo è ad esempio la Greater London Authority che, nella Capitale inglese, vigila sul sindaco e ne vota le  decisioni. Non è possibile, come nel caso più significativo dei tre sopracitati, ovvero la Città dei Giovani, che si blocchino lavori, già assegnati, finanziati e decisi, per i quali Aziende hanno investito, solo ed esclusivamente per i capricci di una parte politica, che vede speculazioni ovunque! È chiaro che vieni portato in tribunale. E questi di milioni ne vogliono 500. Altra beffa è il caso Fiera: la Investimenti SpA, come scritto, è per il 21% di proprietà del Comune che, in pratica, porta in giudizio se stesso! Ma voi, sinceramente, avendo una Multinazionale, investireste in questo caos immane? Lo fareste? 

La "Roma Insolita" - La Terrina e il quadro motorizzato. Seguiteci...

domenica 20 agosto 2017

LA "TERRINA" E IL QUADRO MOTORIZZATO

C’è un luogo a Roma dove è possibile ammirare due "cose" insolite e totalmente diverse tra loro: si tratta di un quadro e di una fontana e il luogo è piazza della Chiesa Nuova.
La piazza prende il nome dall'omonima chiesa che, pur avendo quasi quattro secoli di vita, rimane comunque “Chiesa Nuova”.  Questo appellativo deriva dal fatto che essa venne eretta al posto di una vecchia chiesa  medievale, “S. Maria in Vallicella”, così chiamata perché il terreno circostante formava un piccolo avvallamento.
La nuova chiesa venne edificata a partire dal 1575 per impulso di San Filippo Neri con l’aiuto di Papa Gregorio XIII Boncompagni e di personalità della vita romana dell’epoca.
Si tratta di un edificio sacro tra i più pregevoli che il barocco seicentesco abbia concepito a Roma. E’ difficile, infatti, al di fuori delle quattro Basiliche maggiori (S. Pietro, S, Giovanni in Laterano, S. Paolo fuori le mura, S. Maria Maggiore) trovare una chiesa romana che possa competere con questa riguardo ai grandi artisti impiegati e alla ricchezza della decorazione.  Incontriamo qui in una sola volta artisti come Rubens, Caravaggio, Guido Reni, Pietro da Cortona. A quest’ultimo si deve il grande affresco della volta a botte rappresentante la “visione di San Filippo durante la costruzione della chiesa”, mentre l’abside  conserva una forte testimonianza del terzo soggiorno (1606-1608)del famosissimo pittore fiammingo Pier Paolo Rubens (Siegen, 1577 – Anversa, 1640).
Ed è qui, nell’abside,  che ci troviamo la prima delle due “cose” insolite.
Infatti, sull’altare maggiore, si trova una Gloria degli Angeli dipinta da Rubens che avvolge una immagine miracolosa della Madonna con il bambino che pare aver sanguinato in passato. Intorno alla nicchia che ospita l’immagine si posizionano cerchi concentrici di angeli e cherubini adoranti, mentre una lastra di rame, sulla quale venne dipinta da Rubens una Madonna con il bambino benedicente, riproduce e protegge l’icona sacra sottostante, ma è sollevabile per mezzo di un meccanismo di pulegge e corde.
La pala d’altare funge quindi da “custodia” della Madonna miracolosa attraverso la cornice “motorizzabile” con la quale è possibile far scendere e salire il dipinto di Rubens per nascondere o mostrare la famosa Vergine.
Per chi volesse vedere in prima persona il funzionamento del quadro motorizzato di Rubens dal vivo, può recarsi alla funzione del sabato sera e attendere che il sacerdote attivi il meccanismo progettato dal pittore fiammingo.
Per chi invece volesse stare seduto a casa, basta collegarsi al sito https://www.youtube.com/watch?v=RbMwXAY-GeY e aspettare il settimo minuto....
 
L'abside della Chiesa Nuova e in fondo la pala di Rubens

 
La Madonna "meccanica" di Rubens circondata dagli angeli

Il quadro di Rubens, muovendosi, scopre la Madonna miracolosa del '400



Nel 1924 la piazza della Chiesa Nuova venne ornata di una fontana che in passato era situata a campo dè Fiori, dove ora si trova la famosa statua di Giordano Bruno. La fontana, eseguita su disegno di Giacomo della Porta nel 1581, originariamente era costituita da una tazza ovale di marmo bianco e decorata con quattro delfini bronzei (quelli preparati e mai utilizzati per la Fontana delle Tartarughe). Nel 1622 Papa Gregorio XV fece apporre sopra la fontana un coperchio di travertino con al centro una palla, molto probabilmente per evitare che essa continuasse ad essere un ricettacolo di immondizia. Difatti il popolo usava spesso la fontana per tenere al fresco la frutta, la verdura, i fiori e le varie mercanzie dei banchi del mercato.
Il risultato della copertura fu che la fontana sembrò talmente somigliante a una zuppiera che i romani la battezzarono “la Terrina”. In questa occasione furono anche tolti i quattro delfini ornamentali, poi scomparsi. Sul coperchio vi è una strana iscrizione: “Ama Dio e non fallire, fai del bene e lascia dire”, con la data MDCXXII (1622), probabilmente ispirata ai condannati al patibolo che sorgeva permanentemente vicino alla fontana quando questa si trovava a Campo dè Fiori.

La "Terrina" in Piazza della Chiesa Nuova. Notare, purtroppo, i rifiuti (lattine, bottiglie, sacchetti) che galleggiano nell'acqua



La "Terrina", visione laterale


Se il quadro motorizzato di Rubens è perfettamente conservato, non altrettanto si può dire della fontana nella cui vasca galleggiano rifiuti di ogni genere.
Ancora una volta ci troviamo di fronte all'ormai consueto spettacolo che molti monumenti di Roma offrono; degrado, abbandono.
Ma le Istituzioni, dove sono?

La "Roma Insolita": Due euro per un'esperienza unica! Seguiteci...

giovedì 17 agosto 2017

LA CHIESA DEI SANTI QUATTRO CORONATI

Con grande emozione e con parole che vorrebbero essere sussurrate, inseriamo questo gioiello poco noto nella nostra rubrica di "Roma insolita".
Seguendo un'indicazione che si è rivelata preziosissima, abbiamo deciso di raggiungere ed esplorare questo luogo di infinita bellezza che racchiude in sé l'arte di secoli che vanno dal IV fino al XX e che rappresenta senza dubbio uno dei più grandi tesori che Roma possa vantare.
Al di fuori dei percorsi turistici, seminascosta, quasi protetta dai palazzi di via dei Santi Quattro, silenziosa e austera, sorge questa Chiesa che a metà del XII secolo assunse una struttura di fortilizio, probabilmente a difesa del vicino Patriarchio del Laterano, e in questa particolare forma si presenta a chi percorre la via omonima provenendo da piazza San Giovanni.
E già prima di varcare la porta che immette nel cortile antecedente la chiesa vera e propria, si torna indietro nel tempo e si viene avvolti da una tale commozione e da un tale stupore da lasciare un segno indelebile e duraturo nel cuore del visitatore.

La Chiesa, come detto, è una singolare vestigia del medioevo tramandatasi sostanzialmente intatta fino a noi, ricca di testimonianze artistiche di varie epoche e custode di un'atmosfera finissima e spirituale. 
Sorge sul colle Celio in corrispondenza di uno slargo che si apre lungo la via dei SS. Quattro ed è dedicata a martiri ancora non identificati (forse marmorari della Pannonia martirizzati al tempo di Diocleziano perché non vollero scolpire la statua di Esculapio o forse pretoriani romani che si rifiutarono di adorarla). 
L'aggettivo "coronati" è evidentemente riferito alla corona del martirio.
Su questa prominenza del Celio, detta Celiolo, vi era già nel IV secolo una chiesa che fu ampliata in varie fasi costruttive fino al periodo carolingio, presumibilmente all'epoca del pontefice Leone IV (847-855).

E' a questa epoca che risale il campanile-torre, il più antico esistente a Roma, sotto il quale si passa per entrare nel complesso conventuale.

 
La torre-campanile: unico esempio a Roma di campanile romanico
La chiesa era allora più ampia e la sua riduzione alle dimensioni attuali avvenne in occasione del rifacimento operato da Pasquale II, nel 112-16, dopo l’incendio e la rovina da parte dei Normanni di Roberto il Guiscardo in tutta la zona tra S. Giovanni e il Colosseo, nel 1084.

Generalmente le chiese romane sono inondate di luce, sia che si tratti di chiese paleocristiane, sia di chiese rinascimentali e barocche. Forse, questa dei SS. Quattro, con le finestre molto in alto, è quella più oscura: ciò aggiunge un tocco alla sua atmosfera raccolta e mistica.

L'interno della chiesa: la luce soffusa contribuisce a creare un ambiente mistco



La chiesa subì vari successivi interventi. I maggiori segni vennero lasciati dal card. Enrico di Portogallo, poi re di quel paese, che fece costruire il soffitto a cassettoni nel 1557.

Il soffitto a cassettoni del '500 sopra la navata centrale



Importanti restauri vennero poi eseguiti nel 1922 da Antonio Munoz che ripristinò il complesso ridotto in stato di fatiscenza.
Nel 1560 il convento passò alle suore agostiniane che vi trasferirono l’ospizio l’ospizio per ragazze orfane che avevano fino allora tenuto nell’Isola Tiberina. Scomparso l’ospizio, le suore continuoano tutt’oggi la loro presenza.


IL CHIOSTRO

A fianco della chiesa e parzialmente ricavato sulla navata sinistra della costruzione paleocristiana, i marmorari romani costruirono nel XIII secolo uno dei loro chiostri più suggestivi.
Si accede a questa meraviglia previo pagamento dell’”esorbitante” cifra di 2 euro a persona.
La cosa ci fa sorridere e ci amareggia: in altri paesi abbiamo pagato ben altre cifre per vedere cose che valgono molto, molto meno.
Cerchiamo di cancellare i brutti pensieri, paghiamo ed entriamo.
Al centro del chiostro, non molto grande, si trova uno splendido càntaro (grande vaso) del XII secolo composto da due bacili sovrapposti.
Sui quattro lati il porticato si apre con piccoli archetti a tutto sesto sorretti da colonnine binate.


Il chiostro. Al centro, il meraviglioso càntaro del XII secolo




LA CAPPELLA DI S. BARBARA

Dal chiostro si accede alla cappella di S. Barbara, la quale era innestata sulla navata sinistra della chiesa primitiva. E’ a pianta quadrata con tre absidi. Mensole angolari di marmo finemente lavorato dagli stessi marmorari romani sostengono le volte con meravigliosi resti di pitture del IX secolo.

La cappella di S. Barbara con gli affreschi del IX secolo


Particolare di un affresco della cappella




LA CAPPELLA DI S. SILVESTRO

Uscendo dalla chiesa, sulla sinistra, dove è l’ingresso del convento delle suore agostiniane vi è la cappella di San Silvestro.
Anche in questo caso il luogo è visitabile dietro pagamento di 1 euro a persona.
Lasciamo il nostro obolo alla suora di turno e sotto il suo sguardo sorridente e benevolo varchiamo la soglia della cappella.
Immediatamente, veniamo colpiti dal tripudio dei colori delle pitture sulle pareti e rimaniamo a bocca aperta, con il fiato sospeso, tanto la sorpresa è grande.
Si tratta di un sacello fatto realizzare dal cardinale di S. Maria in Trastevere, nel 1246, alla base di un torrione del complesso fortificato da egli stesso costruito in quegli anni.
La cappella, quadrata, ha una volta a botte finemente decorata di stelle policrome.

La Cappella di S. Silvestro vista dall'ingresso

La volta della cappella con stelle policrome


Un incredibile ciclo di affreschi coevi alla costruzione della cappella narra sui muri le storie di Costantino (imperatore romano dal 306 al 337) e San Silvestro papa con arcaica efficacia.
La storia trasmette un documento ritenuto per secoli originale e che poi il filologo italiano Lorenzo Valla ha dimostrato essere un falso: la donazione di Costantino.
Il suddetto documento, recante la data del 30 marzo 315, afferma di riprodurre un editto emesso dall’imperatore romano Costantino con il quale egli avrebbe concesso al papa Silvestro I e ai suoi successori il primato su cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme) e avrebbe attribuito ai pontefici le insegne imperiali e la sovranità temporale su Roma, l’Italia  e l’intero Impero Romano d’Occidente. Inoltre in alcuni racconti si narra come questa donazione sia la ricompensa al papa per aver guarito Costantino dalla lebbra grazie a un miracolo, a cui sarebbe seguita di lì a poco la sua conversione.
La storia è divisa in riquadri, con uno schema tipico medievale, e ha il suo inizio con quelli realizzati sopra la porta. 
In totale vennero realizzate undici scene che, partendo da quelle sopra l’entrata, proseguono a destra e si concludono sulla parete di sinistra.


Gli affreschi sopra l'ingresso; in alto il Giudizio Universale


Costantino colpito dalla lebbra. Pietro e Paolo gli appaiono in sogno e lo esortano ad affidarsi a papa Silvestro


I messi di Costantino salgono sul monte Soratte



Costantino, curato dalla lebbra, consegna la tiara a Silvestro seduto in trono





Il battesimo di Costantino


Non so dire quanto siamo rimasti all’interno della cappella di San Silvestro.
So per certo, però, che una volta usciti siamo rimasti in silenzio e ci siamo allontanati lentamente per dare il tempo alle emozioni di sedimentare.
Roma ci ha regalato ancora una volta qualcosa di unico e, volgendo lo sguardo indietro un’ultima volta, prima di andare via, abbiamo sussurrato un grazie per un dono che mai avremmo pensato di ricevere.









lunedì 14 agosto 2017

 LA PIU' ANTICA CASERMA DEI VIGILI DEL FUOCO

Secondo appuntamento con un piccolo ciclo in cui trattiamo temi attuali riportati nell'antichità.
Dopo aver parlato della raccolta differenziata presso gli antichi romani, oggi dedichiamo un approfondimento al tema degli incendi e al modo di prevenirli e affrontarli da parte dei nostri avi.

E lo facciamo dopo aver "scoperto" un luogo unico, una caserma dei vigili del fuoco del II secolo d.C. i cui resti (ahimé non visitabili) si trovano in via della VII Coorte, a pochi metri da viale Trastevere.




Roma alla fine del I secolo a.C. era già una città molto bella, ricca di monumenti importanti e con una alta densità abitativa; la maggior parte degli abitanti viveva nelle insulae, edifici di abitazioni a più piani che avevano scale, ballatoi e portici in legno dove si accendevano fuochi per cucinare e dove la luce era quella delle lucerne ad olio; in queste condizioni ambientali era molto facile che scoppiassero incendi e infatti a Roma non c'era giorno che passasse senza incendi tanto che Giovenale scrisse “… quand'è che potrò vivere dove non ci siano sempre incendi e dove le notti trascorrano senza allarmi....”.

Ai tempi della Repubblica vennero designati i “triumviri nocturni” con il compito di assicurare la guardia notturna per dare l'allarme e venivano tenuti gruppi di schiavi appena fuori le mura pronti a intervenire per spegnere gli incendi. L'efficienza di questo tipo di organizzazione era molto limitata ed allora Augusto nel 22 a.C. decise di istituire a Roma un vero e proprio corpo di vigili del fuoco ma anche di vigilare sui comportamenti negligenti o peggio dolosi. 
Inizialmente il corpo era formato da cinquecento schiavi, posti agli ordini di un magistrato edile, ma con la crescita della città l’organizzazione dei "vigiles" ben presto crebbe a sette mila uomini. 

I Vigiles (circa 7000 uomini) erano corpi militari urbani, divisi in 7 cohortes (a loro volta divise in sette centurie, ognuna comprendente un centinaio di uomini a capo dei quali era il centurione), così che ognuna assicurava la vigilanza in 2 delle 14 regioni augustee in cui era suddivisa Roma. . Avevano le loro caserme (statio) ed il corpo di guardia (excubitorium) all'interno del Pomerio (lo spazio di terreno consacrato e libero da costruzioni che correva lungo le mura di Roma e delle colonie romane) perché la prontezza di intervento era indispensabile per la validità del servizio cardine del corpo, vale a dire la lotta al fuoco.


La loro attrezzatura si componeva di strumenti semplici come lampade, per i servizi di ronda notturna, secchi, scope, siphones (una sorta di idranti con le tubature in cuoio, per la lotta contro il fuoco), asce, ramponi, zappe, seghe, pertiche, scale e corde, oltre ad alcune centones (coperte bagnate utilizzate per soffocare le fiamme).
Il loro motto era Ubi dolor ibi vigiles (dove c'è il dolore, lì ci sono i vigili).

A Roma sono state identificate con certezza due statio, quella della Cohors V sul Celio (che presiedeva le Regio I e Regio II, quindi da Porta Capena alle mura Serviane fino al fiume Almone e tutto il Celio) e quella della Cohors VII in Trastevere di cui restano rilevanti ed interessanti resti a ben 8 mt. sotto l'attuale livello stradale, anche se gli archeologi sono propensi che il sito di Trastevere sia l'excubitorium, ovvero il posto di guardia, piuttosto che la statio; si tratta comunque della più antica caserma dei vigili del fuoco del mondo.


Il monumento si trova nella piccola Via della VII Coorte, a pochi metri da Viale Trastevere ed è segnalato da un'iscrizione murata alla sinistra del portale d'ingresso, sormontato da un fregio raffigurante gli utensili dei "vigiles" e dallo stemma del papa regnante al momento della scoperta, ovvero Pio IX.


Lo stemma dei vigili e quello papale più in alto



L'edificio, il cui pavimento si trova, come detto,  a otto metri di profondità rispetto al livello stradale attuale, si compone di una grande aula che in origine era pavimentata con un grande mosaico in bianco e nero riproducente mostri marini e due tritoni, uno che teneva nella mano destra un tridente e nella sinistra una face spenta, simbolo del fuoco domato, l'altro una face accesa ed indicava il mare, ovvero l'acqua necessaria per spegnere il fuoco: il mosaico, proprio a causa dello stato di abbandono di cui parlavamo prima, è scomparso nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Al centro dell'aula si trova un bacino di fontana esagonale a lati concavi, in asse col quale (verso sud) si apre un'esedra rettangolare, con ingresso ad arco inquadrato da due paraste corinzie (pilastri inglobati in una parete) sormontate da un timpano, costruiti interamente in mattoni: l'interno conserva ancora parte degli affreschi originari. Un graffito ci aiuta anche a comprenderne la funzione: si tratta del "larario", una sorta di cappella del Genio tutelare dei vigili, il "Genio excubitorii" ricordato dai graffiti ormai scomparsi. Tutto intorno si aprivano altri ambienti, alcuni di incerta destinazione, forse soltanto le stanze dei vigili, mentre altri sono stati ben catalogati: ad esempio, quello posto a nord doveva essere un magazzino, per la presenza di un "dolio" interrato, ossia di un recipiente che veniva utilizzato per conservare grano, legumi, olio ed altri alimenti. Numerosi graffiti furono scoperti sulle pareti del grande atrio, nessuno pervenuto fino a noi se non nelle trascrizioni grazie alle quali si è fatta luce sull'organizzazione dei vigili e sulla loro vita in caserma. In essi ricorrono spesso non soltanto saluti agli imperatori e ringraziamenti agli dei, ma vengono indicati anche il nome ed il numero della coorte, i nomi ed i gradi dei vigili: in particolare torna spesso l'indicazione di "sebaciaria" e di "milites sebaciarii", in connessione con la parola "sebum", cioè sego (grasso solido di bue o di montone) che i vigili utilizzavano per alimentare le loro torce durante le ronde notturne. I graffiti, spesso datati, appartengono agli anni tra il 215 ed il 245 d.C.: in uno di essi si legge addirittura la frase "lassum sum successorem date", cioè "sono stanco, datemi il cambio".


L'ingresso della caserma


Lo stato di abbandono della struttura: notare le due bottiglie di birra sullo scalino e le scritte sul portone d'ingresso

La vasca esagonale e gli ambienti circostanti
Il luogo è chiuso al pubblico e visitabile solo con visite guidate di associazioni specializzate. 
Lo stato di abbandono è visibile già dall'ingresso dove rifiuti di vario genere sono sparsi tutto intorno e fanno da orrenda cornice ad un monumento tanto particolare e importante.
Ancora una volta constatiamo la noncuranza con cui viene trattato il nostro patrimonio archeologico: un primato che appartiene solo Il a Roma....






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