La "Roma Insolita": Due euro per un'esperienza unica! Seguiteci...

giovedì 17 agosto 2017

LA CHIESA DEI SANTI QUATTRO CORONATI

Con grande emozione e con parole che vorrebbero essere sussurrate, inseriamo questo gioiello poco noto nella nostra rubrica di "Roma insolita".
Seguendo un'indicazione che si è rivelata preziosissima, abbiamo deciso di raggiungere ed esplorare questo luogo di infinita bellezza che racchiude in sé l'arte di secoli che vanno dal IV fino al XX e che rappresenta senza dubbio uno dei più grandi tesori che Roma possa vantare.
Al di fuori dei percorsi turistici, seminascosta, quasi protetta dai palazzi di via dei Santi Quattro, silenziosa e austera, sorge questa Chiesa che a metà del XII secolo assunse una struttura di fortilizio, probabilmente a difesa del vicino Patriarchio del Laterano, e in questa particolare forma si presenta a chi percorre la via omonima provenendo da piazza San Giovanni.
E già prima di varcare la porta che immette nel cortile antecedente la chiesa vera e propria, si torna indietro nel tempo e si viene avvolti da una tale commozione e da un tale stupore da lasciare un segno indelebile e duraturo nel cuore del visitatore.

La Chiesa, come detto, è una singolare vestigia del medioevo tramandatasi sostanzialmente intatta fino a noi, ricca di testimonianze artistiche di varie epoche e custode di un'atmosfera finissima e spirituale. 
Sorge sul colle Celio in corrispondenza di uno slargo che si apre lungo la via dei SS. Quattro ed è dedicata a martiri ancora non identificati (forse marmorari della Pannonia martirizzati al tempo di Diocleziano perché non vollero scolpire la statua di Esculapio o forse pretoriani romani che si rifiutarono di adorarla). 
L'aggettivo "coronati" è evidentemente riferito alla corona del martirio.
Su questa prominenza del Celio, detta Celiolo, vi era già nel IV secolo una chiesa che fu ampliata in varie fasi costruttive fino al periodo carolingio, presumibilmente all'epoca del pontefice Leone IV (847-855).

E' a questa epoca che risale il campanile-torre, il più antico esistente a Roma, sotto il quale si passa per entrare nel complesso conventuale.

 
La torre-campanile: unico esempio a Roma di campanile romanico
La chiesa era allora più ampia e la sua riduzione alle dimensioni attuali avvenne in occasione del rifacimento operato da Pasquale II, nel 112-16, dopo l’incendio e la rovina da parte dei Normanni di Roberto il Guiscardo in tutta la zona tra S. Giovanni e il Colosseo, nel 1084.

Generalmente le chiese romane sono inondate di luce, sia che si tratti di chiese paleocristiane, sia di chiese rinascimentali e barocche. Forse, questa dei SS. Quattro, con le finestre molto in alto, è quella più oscura: ciò aggiunge un tocco alla sua atmosfera raccolta e mistica.

L'interno della chiesa: la luce soffusa contribuisce a creare un ambiente mistco



La chiesa subì vari successivi interventi. I maggiori segni vennero lasciati dal card. Enrico di Portogallo, poi re di quel paese, che fece costruire il soffitto a cassettoni nel 1557.

Il soffitto a cassettoni del '500 sopra la navata centrale



Importanti restauri vennero poi eseguiti nel 1922 da Antonio Munoz che ripristinò il complesso ridotto in stato di fatiscenza.
Nel 1560 il convento passò alle suore agostiniane che vi trasferirono l’ospizio l’ospizio per ragazze orfane che avevano fino allora tenuto nell’Isola Tiberina. Scomparso l’ospizio, le suore continuoano tutt’oggi la loro presenza.


IL CHIOSTRO

A fianco della chiesa e parzialmente ricavato sulla navata sinistra della costruzione paleocristiana, i marmorari romani costruirono nel XIII secolo uno dei loro chiostri più suggestivi.
Si accede a questa meraviglia previo pagamento dell’”esorbitante” cifra di 2 euro a persona.
La cosa ci fa sorridere e ci amareggia: in altri paesi abbiamo pagato ben altre cifre per vedere cose che valgono molto, molto meno.
Cerchiamo di cancellare i brutti pensieri, paghiamo ed entriamo.
Al centro del chiostro, non molto grande, si trova uno splendido càntaro (grande vaso) del XII secolo composto da due bacili sovrapposti.
Sui quattro lati il porticato si apre con piccoli archetti a tutto sesto sorretti da colonnine binate.


Il chiostro. Al centro, il meraviglioso càntaro del XII secolo




LA CAPPELLA DI S. BARBARA

Dal chiostro si accede alla cappella di S. Barbara, la quale era innestata sulla navata sinistra della chiesa primitiva. E’ a pianta quadrata con tre absidi. Mensole angolari di marmo finemente lavorato dagli stessi marmorari romani sostengono le volte con meravigliosi resti di pitture del IX secolo.

La cappella di S. Barbara con gli affreschi del IX secolo


Particolare di un affresco della cappella




LA CAPPELLA DI S. SILVESTRO

Uscendo dalla chiesa, sulla sinistra, dove è l’ingresso del convento delle suore agostiniane vi è la cappella di San Silvestro.
Anche in questo caso il luogo è visitabile dietro pagamento di 1 euro a persona.
Lasciamo il nostro obolo alla suora di turno e sotto il suo sguardo sorridente e benevolo varchiamo la soglia della cappella.
Immediatamente, veniamo colpiti dal tripudio dei colori delle pitture sulle pareti e rimaniamo a bocca aperta, con il fiato sospeso, tanto la sorpresa è grande.
Si tratta di un sacello fatto realizzare dal cardinale di S. Maria in Trastevere, nel 1246, alla base di un torrione del complesso fortificato da egli stesso costruito in quegli anni.
La cappella, quadrata, ha una volta a botte finemente decorata di stelle policrome.

La Cappella di S. Silvestro vista dall'ingresso

La volta della cappella con stelle policrome


Un incredibile ciclo di affreschi coevi alla costruzione della cappella narra sui muri le storie di Costantino (imperatore romano dal 306 al 337) e San Silvestro papa con arcaica efficacia.
La storia trasmette un documento ritenuto per secoli originale e che poi il filologo italiano Lorenzo Valla ha dimostrato essere un falso: la donazione di Costantino.
Il suddetto documento, recante la data del 30 marzo 315, afferma di riprodurre un editto emesso dall’imperatore romano Costantino con il quale egli avrebbe concesso al papa Silvestro I e ai suoi successori il primato su cinque patriarcati (Roma, Costantinopoli, Alessandria d’Egitto, Antiochia e Gerusalemme) e avrebbe attribuito ai pontefici le insegne imperiali e la sovranità temporale su Roma, l’Italia  e l’intero Impero Romano d’Occidente. Inoltre in alcuni racconti si narra come questa donazione sia la ricompensa al papa per aver guarito Costantino dalla lebbra grazie a un miracolo, a cui sarebbe seguita di lì a poco la sua conversione.
La storia è divisa in riquadri, con uno schema tipico medievale, e ha il suo inizio con quelli realizzati sopra la porta. 
In totale vennero realizzate undici scene che, partendo da quelle sopra l’entrata, proseguono a destra e si concludono sulla parete di sinistra.


Gli affreschi sopra l'ingresso; in alto il Giudizio Universale


Costantino colpito dalla lebbra. Pietro e Paolo gli appaiono in sogno e lo esortano ad affidarsi a papa Silvestro


I messi di Costantino salgono sul monte Soratte



Costantino, curato dalla lebbra, consegna la tiara a Silvestro seduto in trono





Il battesimo di Costantino


Non so dire quanto siamo rimasti all’interno della cappella di San Silvestro.
So per certo, però, che una volta usciti siamo rimasti in silenzio e ci siamo allontanati lentamente per dare il tempo alle emozioni di sedimentare.
Roma ci ha regalato ancora una volta qualcosa di unico e, volgendo lo sguardo indietro un’ultima volta, prima di andare via, abbiamo sussurrato un grazie per un dono che mai avremmo pensato di ricevere.









lunedì 14 agosto 2017

 LA PIU' ANTICA CASERMA DEI VIGILI DEL FUOCO

Secondo appuntamento con un piccolo ciclo in cui trattiamo temi attuali riportati nell'antichità.
Dopo aver parlato della raccolta differenziata presso gli antichi romani, oggi dedichiamo un approfondimento al tema degli incendi e al modo di prevenirli e affrontarli da parte dei nostri avi.

E lo facciamo dopo aver "scoperto" un luogo unico, una caserma dei vigili del fuoco del II secolo d.C. i cui resti (ahimé non visitabili) si trovano in via della VII Coorte, a pochi metri da viale Trastevere.




Roma alla fine del I secolo a.C. era già una città molto bella, ricca di monumenti importanti e con una alta densità abitativa; la maggior parte degli abitanti viveva nelle insulae, edifici di abitazioni a più piani che avevano scale, ballatoi e portici in legno dove si accendevano fuochi per cucinare e dove la luce era quella delle lucerne ad olio; in queste condizioni ambientali era molto facile che scoppiassero incendi e infatti a Roma non c'era giorno che passasse senza incendi tanto che Giovenale scrisse “… quand'è che potrò vivere dove non ci siano sempre incendi e dove le notti trascorrano senza allarmi....”.

Ai tempi della Repubblica vennero designati i “triumviri nocturni” con il compito di assicurare la guardia notturna per dare l'allarme e venivano tenuti gruppi di schiavi appena fuori le mura pronti a intervenire per spegnere gli incendi. L'efficienza di questo tipo di organizzazione era molto limitata ed allora Augusto nel 22 a.C. decise di istituire a Roma un vero e proprio corpo di vigili del fuoco ma anche di vigilare sui comportamenti negligenti o peggio dolosi. 
Inizialmente il corpo era formato da cinquecento schiavi, posti agli ordini di un magistrato edile, ma con la crescita della città l’organizzazione dei "vigiles" ben presto crebbe a sette mila uomini. 

I Vigiles (circa 7000 uomini) erano corpi militari urbani, divisi in 7 cohortes (a loro volta divise in sette centurie, ognuna comprendente un centinaio di uomini a capo dei quali era il centurione), così che ognuna assicurava la vigilanza in 2 delle 14 regioni augustee in cui era suddivisa Roma. . Avevano le loro caserme (statio) ed il corpo di guardia (excubitorium) all'interno del Pomerio (lo spazio di terreno consacrato e libero da costruzioni che correva lungo le mura di Roma e delle colonie romane) perché la prontezza di intervento era indispensabile per la validità del servizio cardine del corpo, vale a dire la lotta al fuoco.


La loro attrezzatura si componeva di strumenti semplici come lampade, per i servizi di ronda notturna, secchi, scope, siphones (una sorta di idranti con le tubature in cuoio, per la lotta contro il fuoco), asce, ramponi, zappe, seghe, pertiche, scale e corde, oltre ad alcune centones (coperte bagnate utilizzate per soffocare le fiamme).
Il loro motto era Ubi dolor ibi vigiles (dove c'è il dolore, lì ci sono i vigili).

A Roma sono state identificate con certezza due statio, quella della Cohors V sul Celio (che presiedeva le Regio I e Regio II, quindi da Porta Capena alle mura Serviane fino al fiume Almone e tutto il Celio) e quella della Cohors VII in Trastevere di cui restano rilevanti ed interessanti resti a ben 8 mt. sotto l'attuale livello stradale, anche se gli archeologi sono propensi che il sito di Trastevere sia l'excubitorium, ovvero il posto di guardia, piuttosto che la statio; si tratta comunque della più antica caserma dei vigili del fuoco del mondo.


Il monumento si trova nella piccola Via della VII Coorte, a pochi metri da Viale Trastevere ed è segnalato da un'iscrizione murata alla sinistra del portale d'ingresso, sormontato da un fregio raffigurante gli utensili dei "vigiles" e dallo stemma del papa regnante al momento della scoperta, ovvero Pio IX.


Lo stemma dei vigili e quello papale più in alto



L'edificio, il cui pavimento si trova, come detto,  a otto metri di profondità rispetto al livello stradale attuale, si compone di una grande aula che in origine era pavimentata con un grande mosaico in bianco e nero riproducente mostri marini e due tritoni, uno che teneva nella mano destra un tridente e nella sinistra una face spenta, simbolo del fuoco domato, l'altro una face accesa ed indicava il mare, ovvero l'acqua necessaria per spegnere il fuoco: il mosaico, proprio a causa dello stato di abbandono di cui parlavamo prima, è scomparso nel corso della Seconda Guerra Mondiale. Al centro dell'aula si trova un bacino di fontana esagonale a lati concavi, in asse col quale (verso sud) si apre un'esedra rettangolare, con ingresso ad arco inquadrato da due paraste corinzie (pilastri inglobati in una parete) sormontate da un timpano, costruiti interamente in mattoni: l'interno conserva ancora parte degli affreschi originari. Un graffito ci aiuta anche a comprenderne la funzione: si tratta del "larario", una sorta di cappella del Genio tutelare dei vigili, il "Genio excubitorii" ricordato dai graffiti ormai scomparsi. Tutto intorno si aprivano altri ambienti, alcuni di incerta destinazione, forse soltanto le stanze dei vigili, mentre altri sono stati ben catalogati: ad esempio, quello posto a nord doveva essere un magazzino, per la presenza di un "dolio" interrato, ossia di un recipiente che veniva utilizzato per conservare grano, legumi, olio ed altri alimenti. Numerosi graffiti furono scoperti sulle pareti del grande atrio, nessuno pervenuto fino a noi se non nelle trascrizioni grazie alle quali si è fatta luce sull'organizzazione dei vigili e sulla loro vita in caserma. In essi ricorrono spesso non soltanto saluti agli imperatori e ringraziamenti agli dei, ma vengono indicati anche il nome ed il numero della coorte, i nomi ed i gradi dei vigili: in particolare torna spesso l'indicazione di "sebaciaria" e di "milites sebaciarii", in connessione con la parola "sebum", cioè sego (grasso solido di bue o di montone) che i vigili utilizzavano per alimentare le loro torce durante le ronde notturne. I graffiti, spesso datati, appartengono agli anni tra il 215 ed il 245 d.C.: in uno di essi si legge addirittura la frase "lassum sum successorem date", cioè "sono stanco, datemi il cambio".


L'ingresso della caserma


Lo stato di abbandono della struttura: notare le due bottiglie di birra sullo scalino e le scritte sul portone d'ingresso

La vasca esagonale e gli ambienti circostanti
Il luogo è chiuso al pubblico e visitabile solo con visite guidate di associazioni specializzate. 
Lo stato di abbandono è visibile già dall'ingresso dove rifiuti di vario genere sono sparsi tutto intorno e fanno da orrenda cornice ad un monumento tanto particolare e importante.
Ancora una volta constatiamo la noncuranza con cui viene trattato il nostro patrimonio archeologico: un primato che appartiene solo Il a Roma....






mercoledì 9 agosto 2017



LO SMALTIMENTO DEI RIFIUTI NELL'ANTICA ROMA: MONTE TESTACCIO E CLOACA MAXIMA



In questo nuovo appuntamento della rubrica "Roma insolita" andiamo ad affrontare un argomento che oggi è di estrema attualità.
Roma è sommersa dai rifiuti, lo vediamo tutti i giorni, è una discarica a cielo aperto, frutto del triste connubio cittadini-maleducati e istituzioni-latitanti.
Molto spesso luoghi di immenso valore artistico-architettonico sono abbandonati all'incuria e alla sporcizia e questo influisce in maniera estremamente negativa sull'immagine che la città eterna dà di sé nel mondo.
Abbiamo un patrimonio unico che dovremmo proteggere e offrire al pubblico nel suo splendore e in tutto il suo valore, eppure sembra che i romani e gli stessi governanti siano lontani anni luce dal comprendere ciò.
Ma questo problema che sembra non avere soluzione, era così pressante anche nell'antichità? Al tempo degli antichi romani, cosa si faceva per il decoro e la pulizia della città? 
Siamo andati in giro ed abbiamo scoperto cose davvero interessanti...ma a farla da padrone sono sempre, purtroppo, il degrado e l'abbandono.

Per capire come gli antichi romani avessero affrontato l’annosa questione che oggi più che mai sembra essere un problema insormontabile per la nostra città, dobbiamo fare una premessa: i rifiuti moderni sono ben diversi da quelli antichi.
Al tempo di Roma antica non esisteva la plastica e i prodotti derivati dalla chimica ed altri scarti dell’industria moderna.
Quello che gli antichi gettavano via era costituito essenzialmente da scarti alimentari di tutti generi, indumenti laceri, ceramiche rotte, oggetti vari di uso domestico e comune ed …....escrementi della notte.
Lo smaltimento dei rifiuti nell'antica Roma durante l’ epoca repubblicana non offre spunto a particolari riflessioni e le notizie a riguardo sono quasi nulle.
Esistevano già le cloache ma il loro scopo principale era fognario e di prosciugamento dei molti acquitrini che esistevano nella Roma arcaica.
Naturalmente i problemi relativi ai rifiuti crescevano di pari passo con l’accrescimento edilizio ed abitativo di Roma che in epoca imperiale ha contato più di un milione di abitanti; la necessità della raccolta dei rifiuti divenne di conseguenza sempre più urgente ed importante .
Ad esempio, un aspetto del problema, relativo però ad un solo tipo di “rifiuto”, era il Mons Testaceus , cioè a quella collina situata nella zona portuale dell’antica Roma e in prossimità dei magazzini (horrea) che oggi si erge nel quartiere romano di Testaccio e che si può paragonare ad una moderna discarica dell’antichità, seppur costituita solo da frammenti di argilla.
Il luogo, come probabilmente tutti sanno, esiste, ma, ovviamente, visitarlo non è facile e anche trovarlo non è cosa estremamente agevole, considerato che non è segnalato in alcun modo.
Per questo, lo abbiamo inserito nella "Roma insolita" e, forse, dovremmo anche aggiungere "abbandonata".


Era ed è tutt'oggi un monticello artificiale alto circa cinquanta metri ma con una circonferenza di un chilometro e una superficie totale di circa 20.000 metri quadrati che si era formato per il continuo accumularsi dei cocci (testae, da cui deriva Testaccio) delle anfore contenenti principalmente vino ed olio, sbarcate nel vicino porto fluviale e immagazzinate poi nei vicini magazzini Galbana o Sulpicia.
Le anfore, scaricate e svuotate del contenuto o rottesi accidentalmente, venivano poi quasi totalmente eliminate ed accumulate nei vicini prati al confine della città, fino a formare nel tempo un monte; questo monte esiste, come detto sopra,  tutt'ora, è recintato per evitare scavi abusivi ed è ricoperto da una boscaglia sotto la quale giacciono ancora infiniti frammenti di anfore.
Il monte Testaccio o Monte dei Cocci visto dall'alto

Sulle modalità degli accumuli e la cronologia, tradizionalmente  compresa in un arco di 270 anni (da Augusto a Gallieno), preziose notizie sono fornite dalle iscrizioni presenti sulle anfore frammentarie, molte delle quali conservano il marchio di fabbrica , impresso su una delle anse,  mentre altre presentano i tituli picti, note scritte a pennello o a penna in nero o minio (rosso).  Tracciate  in parti differenti dell’anfora, le scritte offrono diverse informazioni  come il peso dell’anfora vuota e del contenuto, i nomi dei mercatores, il luogo di spedizione, il nome dell’olio e del produttore.  Questi ed altri dati giustificano  per il monte la definizione di archivio a cielo aperto di straordinario valore  sull’entità del commercio di Roma.
Cessata la funzione di discarica, il Monte Testaccio dal periodo medievale inizia ad assumere un ruolo diverso nella storia di Roma come sede di manifestazioni popolari, dai più antichi giochi pubblici alle note "ottobrate romane" dell'Ottocento. Oggi il monte Testaccio è circondato alla sua base da locali e ristoranti alla moda. La visita di questo luogo è consentita solo su prenotazione. L’ingresso è in via Zabaglia 24, ma è chiuso da una cancellata anonima al di là della quale una scalinata porta in cima al monte.  Ancora una volta, vestigia così importanti dell’antica Roma, invece di essere valorizzate e fruibili, sono praticamente dimenticate e nascoste al grande pubblico.
L'ingresso protetto da un vecchio cancello; sui gradini foglie secche mai spazzate

Per quanto riguarda invece lo smaltimento di particolari rifiuti organici, i Romani fin dal VI secolo a.C. inventarono le cloache e le latrine pubbliche e private che permettevano di pulire velocemente le strade della città con getti d’acqua e di smaltire il tutto nel Tevere tramite un ingegnoso sistema di fognature sotterranee .
Questo sistema di pulizie e fognature favoriva però solo i ricchi proprietari delle Domus e degli abitanti delle Insulae dei pianterreni (che all'epoca erano più ricercati e costosi dei piani alti in quanto usufruivano dell'acqua corrente in casa),  mentre gli abitanti dei piani alti non l’ avevano ed erano usi gettare dalle finestre gli escrementi personali che venivano poi eliminati dagli addetti alla pulizia delle strade .
A Roma quindi mancava una organizzazione statale per la raccolta pubblica dei rifiuti la cui pulizia era affidata ai privati che, per non essere multati dagli Edili, dovevano provvedere affinché le case popolari, quelle ad Insulae a più piani, fossero servite dagli Aquarii, cioè dai portatori d' acqua, seguiti dagli Zetarii, cioè gli spazzini, schiavi che costituivano una proprietà dello stesso edificio.
Al tempo di Augusto fu stabilito per legge che i bottegai e i proprietari di case dovessero pulire la strada e i muri davanti alle porte dei loro locali e agli Edili, ai quali era affidata la cura della città, vennero affiancati quattro magistrati, i Curatores Viarum, due per il centro città e due per le periferie, che dovevano occuparsi della manutenzione e della pulizia delle strade .
Tra gli schiavi furono poi creati dall' amministrazione pubblica degli “addetti al letame”, gli Stercorarii, incaricati di raccogliere gli escrementi su grossi carri per essere poi scaricati in aperta campagna come concime, i quali avevano il permesso di transitare anche durante le prime dieci ore del giorno per portare i rifiuti organici in campagna dove sarebbero stati utilizzati appunto come concime.
Al tempo di Vespasiano vi fu una massiccia igienizzazione di Roma; egli infatti fece installare numerose latrine pubbliche, dietro il pagamento di una tassa.Inoltre, per favorire l' incremento delle entrate, Vespasiano ordinò che gli orinatoi venissero disposti ovunque, soprattutto davanti ai Templi, a luoghi di ristoro, ai ritrovi alla moda e ai luoghi “romantici”.Con un Vespasiano così “igienico” non solo ne usufruì in salute e decoro la città, ma di concerto anche le casse dello Stato.Le strade di Roma continuarono tuttavia, nonostante editti, tasse, multe e quant'altro, nel corso dell’ Impero ad essere ingombre di rifiuti di tutti i generi.Insomma per concludere il problema dei rifiuti nel mondo antico e nell'antica Roma, pur nella differenza dei mezzi materiali moderni attuali, non era poi tanto dissimile dai problemi che purtroppo viviamo quotidianamente.
LE CLOACHE

La costruzione delle cloache fu il primo problema che gli antichi romani dovettero risolvere per eliminare profondi ed insalubri acquitrini che circondavano Roma, facendoli defluire verso il Tevere. 
Le prime cloache, secondo la narrazione leggendaria, apparterrebbero a quell'insieme di opere, che oggi diremmo infrastrutturali, che vennero intraprese dal re etrusco Tarquinio Prisco. In questo ambito, la cloaca Maxima daterebbe quindi dall'inizio del VI secolo a.C. e forse inizialmente si trattava di una canalizzazione almeno in parte ad alveo scoperto, creata per risanare le aree del Foro Romano della Suburra e del Circo Massimo, alla quale si collegarono poi i collettori provenienti dal Velabro. Essa divenne così il più grande collettore di acque bianche e nere della città, ancora oggi mirabilmente funzionante e percorribile, nonostante modifiche e ristrutturazioni in ogni epoca.  
Presso il ponte Palatino si può notare, sulla sponda sinistra del Tevere, lo sbocco della Cloaca realizzato tra il 120 e l'80 a.C. (anche se la prima realizzazione è più antica), formato da un arco a tre ghiere in conci radiali di pietra entro un muro di blocchi di tufo. Il canale, coperto a volta, è posto fino a 10 metri di profondità, è largo più di 3 metri ed alto circa 4. 
Il percorso è evidenziato nella foto seguente: partendo dal sottosuolo della Chiesa dei SS. Quirico e Giulietta, dietro al Foro di Augusto, attraversa il Foro romano, che essa stessa valse a prosciugare nell'antichità, e, passando sotto l'arco di Giano, volge verso il fiume.

Il percorso della Cloaca Maxima


Oggi, lo sbocco della Cloaca Maxima è visibile, in parte, dal ponte Palatino che, con i suoi 154 metri, è il ponte più lungo di Roma. 
Purtroppo, ancora una volta, dobbiamo registrare lo stato di abbandono e degrado in cui quest'immensa opera di ingegneria è lasciato: vegetazione incolta, rifiuti di ogni genere, resti di bivacchi, circondano la zona, tanto che risulta veramente difficile, ormai, scorgerne anche solo il profilo.
E' un'altro, ennesimo esempio, di come trattiamo il nostro patrimonio.

Lo sbocco della Cloaca Maxima visto dal ponte Palatino


 
L'arco del collettore assediato dalla vegetazione e dall'immondizia










Ennesima testimonianza di una città nemica dei più deboli. Solo tanta vergogna!

martedì 8 agosto 2017



"Grazie RR, siete preziosi e coraggiosi. Allora vi subisso ancora.
Stamattina, dopo una trafila lunga e vergognosa, mi reco in una ASL in via di Torre Spaccata dove devo consegnare un foglio per avviare la pratica di consegna a domicilio di bombole di ossigeno per mio padre, gravemente malato di cancro.
Il morale non è alto. Arrivo in questa landa desolata. Tutto intorno è degrado e squallore.
Non so dove si trovi questo non ben identificato centro di consegna farmaci. Chiedo informazioni presso il centro di Igiene Mentale. Da lì, una signora mi indirizza in fondo alla struttura. Mi dice di passare lungo il parco. Ma quale parco?
Attraverso una distesa di sterpaglie secche e incolte finché giungo in prossimità di un edificio abbandonato. Vetri rotti, macerie, degrado. Mi chiedo se sia uno scherzo.
Guardo mia figlia di 10 anni e provo una pena profonda per lei. Mi chiedo perché debba abituarsi al brutto, allo squallore. Intravedo una targa.
Alle spalle dell'edificio abbandonato c'è il centro di consegna farmaci. Chiuso.
Dovrò tornare domani.
Tutto questo per chiedere l'ossigeno per mio padre. Una mattinata persa.
La domanda che mi pongo è: perché? Basta. Non si può più accettare questo stato di cose. Perdonate lo sfogo. Saluti a voi tutti. Allego foto della landa desolata." Sabina.



LA "ROMA INSOLITA" E L'ARTE CHE SFUGGE AI PIÙ!


Forse non tutti sanno che una caratteristica riconosciuta di Roma sono sempre state le edicole sacre, per la massima parte dedicate al culto della Vergine e perciò dette anche “Madonnelle”. Il loro numero, la loro varietà e la ricchezza decorativa hanno in molte occasioni colpito i viaggiatori che spesso ne hanno tramandato la memoria. Se Nel 1853 ne erano state inventariate 1543, oggi ne rimangono poche centinaia (si dice 540), ma costituiscono una nota saliente del centro storico di Roma. Anche se in uso fin dal Medioevo e dal Rinascimento in molte città, esse conobbero la loro massima diffusione a Roma, in relazione alla particolare intensità della venerazione mariana della sua popolazione e finirono per costituire un elemento saliente del costume. Per esempio, l’uso di tenervi acese delle lampade devozionali ne fece a lungo la base dell’illuminazione notturna di strade e vicoli, così come l’abitudine di adattarvi sotto degli altarini, adorni di candele e fiori, portò alla consuetudine di celebrare all’aperto novene e feste con o senza pifferai ciociari e abruzzesi.


Le “madonnelle” possono essere considerate dei compendi di arte applicata a livello popolare, cui danno mano i diversi artigianati dai marmorari ai ferraioli, dagli stuccatori ai doratori, dai pittori agli scultori. Negli ultimi decenni, dopo la consacrazione della città alla Madonna del Divino Amore, fatta da Pio XII nei giorni della liberazione di Roma (giugno 1944), si sono diffuse delle immagini in mosaico riproducenti quella effige. La prima di esse, fatta oggetto di speciale devozione, si trova in una cappelletta sul muro del Castro Pretorio.


La "Madonnella" di Castro Pretorio

La più antica immagine che si conservi è quella detta “di Ponte” in via dei Coronari del 1523, anche se il numero maggiore è costituito da quelle dell’epoca barocca e dell’ottocento.
L'immagine doveva essere già nota nella seconda metà del '400, ma nel 1523, Alberto Serra di Monferrato, protonotaro apostolico (cioè uno dei sette primi notari che formano un collegio e hanno l'incarico di registrare tutti gli atti emanati dalla Curia) dal 1519 al 1527 e proprietario della casa su cui era posta la prima immagine della Madonna, incaricò l'architetto Antonio da Sangallo il Giovane (vero nome Antonio di Bartolomeo Cordini, Firenze 1484 - Terni 1546) di rifare il tabernacolo. Quest'ultimo chiese poi a Perin del Vaga, allievo di Raffaello, di eseguire nel tabernacolo qualche onorata pittura. Di quest'opera parla il Vasari che, a riguardo delle biografie del Sangallo e di Perin del Vaga, scrive testualmente: ....Et egli (Perin del Vaga), messovi mano, vi fece dentro Cristo quando incorona la Nostra Donna e nel campo fece uno splendore con un coro di Serafini et Angeli che hanno certi panni sottili, che spargono fiori et altri putti  molto belli e varii,  e così nelle due facce del tabernacolo fece nell'una San Sebastiano e nell'altra Santo Antonio, opera certo ben fatta  e simile alle altre sue che sempre furono vaghe e graziose. 
I resti della pittura di Perin del Vaga , rappresentante l'incoronazione della Vergine, un tempo completamente spariti, sono riapparsi dopo un recente restauro effettuato a cura dei proprietari dello stabile nel 2009. 
Una grossa lanterna scende sopra il vano centrale protetto da cristallo, dove Perin del Vaga dipinse "L’Incoronazione della Vergine", a memoria di quella primitiva.


L'edicola del Sangallo con "l?Immagine di Ponte"


L'affresco di Perin del Vaga protetto dal vetro su cui si riflettono i palazzi di fronte

Una curiosità: ai numeri 156-7 di via dei Coronari, si trova la notissima casa di Fiammetta Michaelis, la celebre cortigiana preferita di Cesare Borgia. Si tratta di un tipico esempio di casa di inizio '400 con elementi medioevali. Costruita in laterizio, aveva un portico a due fornici, tre finestre senza mensole, una centrale con davanzale ornato, un loggiato con pilastri all'ultimo piano, ma fu completamente alterata in epoche passate, tanto che oggi si vedono solo quattro finestre e il loggiato è scomparso.


La casa di Fiammetta Michaelis



Oggi i turisti percorrono in lungo e largo via dei Coronari ammirando le botteghe degli antiquari, ma pochi si fermano davanti all'Immagine da Ponte dipinta da un allievo del grande Raffaello e incastonata in un tabernacolo progettato e costruito da un grande architetto del '500 come il Sangallo (suo è il progetto di Palazzo Farnese a Roma, così come sua è la supervisione del progetto per San Pietro del 1511, come collaboratore del Bramante) e davvero in pochi alzano lo sguardo per ammirare ciò che resta (comunque non poco) di un tipico palazzo del '400. 

Ma lo scopo di questa rubrica su "Roma insolita" è proprio questo: guidare il nostro sguardo e il nostro interesse laddove si nascondono opere, luoghi che ci sfuggirebbero pur meritando un attimo di attenzione.

Perchè Roma è fatta anche di attimi, oltre che di eternità: non dimentichiamolo mai.


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